Serbia-Albania: dal calcio alla storia. Intervista al Prof. Antonello Biagini

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Che Serbia-Albania non sarebbe stata un’amichevole ce lo si aspettava. Martedì sera, allo stadio Partizan di Belgrado, è successo di tutto. Nel match valevole per il gruppo I delle qualificazioni agli Europei di calcio del 2016 si è visto tutt’altro che una competizione sportiva. Già dal primo minuto a parte un paio di cartellini gialli, di calcio giocato se n’era visto ben poco. Fino a che, al minuto 41:13  un fumogeno viene gettato sul manto erboso. Pochi secondi dopo, in mondovisione, un drone sorvola lo stadio, mostrando la bandiera della Grande Albania con sopra una scritta: “Autochthonous”. Il calciatore serbo Stefan Mitrovic riesce ad agguantare la bandiera. E’ l’inizio della fine. Ne nasce una macroscopica rissa tra tutti i giocatori in campo. Il culmine si ha quando i tifosi riescono ad entrare in campo colpendo con una sedia un giocatore albanese. Rimangono alcuni scenari ancora non molto chiari su cosa sia successo negli spogliatoi: alcuni hanno dichiarato che la polizia serba abbia letteralmente caricato i giocatori albanesi e lo staff tecnico, ma non lo si può affermare con certezza. Fatto sta che, dopo 50 minuti, l’arbitro inglese Martin Atkinson non ha potuto fare altro che decretare la sospensione della partita.

Tutti i giornali del mondo si sono sbizzarriti nell’illustrare questa rivalità storica e probabilmente, molti di loro, senza averne le competenze. Così, ho deciso di contattare un esperto in materia per capire meglio quali siano le motivazioni storiche di questo eterno conflitto tra Serbia e Albania. L’ospite di oggi, il Dott. Antonello Folco Biagini è attualmente Prorettore Vicario e Prorettore per la Cooperazione e Rapporti Internazionali alla “Sapienza – Università di Roma”, nonché Ordinario di Storia dell’Europa Orientale, per la quale ha ricevuto due lauree honoris causa presso la prestigiosa Università di Seghedino e nell’Università di Târgu Mureș, in Romania. Ha scritto inoltre numerose pubblicazioni riguardo la storia dei paesi dell’Europa Orientale e dei rapporti tra l’Italia e questi ultimi. Tra questi, appunto, “Storia dell’Albania: dalle origini ai giorni nostri” edito da Bompiani  e tradotto anche in albanese.

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Professore, innanzitutto la ringrazio per la gentilezza e la disponibilità con cui ha accettato questa intervista. E’ davvero un piacere per me ospitare la sua opinione sul mio blog. Detto ciò passerei subito a porle alcuni quesiti.
Molti si sono chiesti come la Uefa abbia potuto permettere di giocare una partita del genere. Secondo lei è giusto che nello sport si permettano incroci tra squadre con così alta rivalità storica o bisogna scindere la politica dallo sport?

In molti si sono dichiarati stupiti di quanto accaduto durante Serbia-Albania. Io quasi mi sarei meravigliato del contrario, ossia se non ci fossero state forme di tensione tra le due squadre e le rispettive tifoserie. Le ferite della Guerra del Kosovo – sia da parte albanese, che da parte serba – ancora non si sono rimarginate e l’indipendenza dichiarata da Pristina del febbraio 2008 è tuttora oggetto di contestazione. D’altronde la criticità dei rapporti tra i due Paesi affondano le radici nel tempo e non sono circoscritte alla sola questione kosovara. Naturalmente nessuno pretende che i vertici dell’Uefa conoscano nei dettagli la storia dei Balcani, ma sottovalutarne i contenuti potenzialmente esplosivi al punto di permettere un match tra le due formazioni nei gironi preliminari della qualificazioni ai campionati europei del 2016 mi è sembrato uno sbaglio imperdonabile. Lo sport può essere anche uno strumento di incontro, ma tra popoli che hanno ormai rimarginato le loro ferite, in caso contrario può trasformarsi in un elemento di esasperazione delle tensioni e foriero di incidenti diplomatici. Credere nei valori dello sport non significa rinnegare il principio di realtà. Si sarebbero dovuti scongiurare i rischi comportati da questo “incrocio” separando le due squadre in gironi diversi.

Ascoltando la testimonianza di una mia cara amica albanese (di cui non riporto il nome per motivi di riservatezza) mi è stato riferito che ad un certo punto si sono uditi cori razzisti come “uccidiamo gli albanesi”. Sostiene, inoltre, che non è stato permesso ai tifosi albanesi di assistere alla partita e che per lei e la sua gente ciò “è inaccettabile” in quanto ritiene che i serbi si siano macchiati di un vero e proprio genocidio in terra albanese. Comprendo il fatto che sia una vicenda che richiede una profonda analisi. Tuttavia ci può riassumere, sulla base dei documenti storici, questo antagonismo tra Serbia ed Albania? E soprattutto, è giusto parlare di genocidio nei confronti degli albanesi?

La rivalità tra Albania e Serbia corre anzitutto sul cleavage etno-religioso, che vede contrapporsi l’identità musulmana della maggior parte degli albanesi con quella ortodossa dei serbi a cui si ricollega il tradizionale orgoglio serbo di aver costituito il principale bastione di resistenza nei Balcani contro l’Impero ottomano (di cui considerano parzialmente gli albanesi come degli eredi). La rivalità è proseguita anche nel Novecento, nonostante la comune appartenenza di Jugoslavia e Albania al mondo comunista, nel confronto tra il Maresciallo Tito ed Enver Hoxha sia sull’ortodossia comunista che sull’equilibrio politico nei Balcani e, dopo il crollo dei rispettivi regimi, con il ritorno delle divisioni etniche e la ricerca dell’indipendenza da parte del Kosovo. Tecnicamente, tuttavia, devo dire che non si può parlare di “genocidio” degli albanesi. Per genocidio è il tentativo di uno Stato di eliminare del tutto un gruppo etnico, nazionale o religioso. In questa prospettiva l’unico genocidio vero e proprio della storia è quello degli ebrei durante la  Seconda guerra mondiale da parte della Germania nazionalsocialista. Nel caso della popolazione albanese nella provincia autonoma jugoslava del Kosovo è più corretto parlare di “pulizia etnica”, ossia il tentativo di eliminare un determinato gruppo etnico, nazionale o religioso da un territorio specifico.

Al 42esimo del primo tempo sul campo è sorvolato un drone che trasportava il vessillo della “Grande Albania“, con su scritto “Autochthonous“. Sulla bandiera comparivano i volti di Ismail Kemali e Isa Boletini. Ci può spiegare bene che cos’è di preciso la Grande Albania e chi sono questi due personaggi?

Ismail Qemali è stato il primo capo del governo dell’Albania indipendente, mentre Isa Boletini è stato un comandante militare (nato in Kosovo) della guerriglia albanese contro l’Impero ottomano prima dell’indipendenza del 1912 e uno dei fondatori della Lega di Prizren.
La Lega nacque al termine di una serie di eventi seguiti alla Pace di Santo Stefano, siglata il 3 marzo 1878 tra Mosca e Istanbul in seguito alla Guerra turco-russa del 1877-1878 non aveva tenuto in alcuna considerazione l’esistenza di una nazione albanese nella suddivisione delle spoglie balcaniche dell’Impero Ottomano. I territori a maggioranza albanese, infatti, furono assegnati alla Serbia, al Montenegro e alla Bulgaria alimentando i progetti dei rispettivi movimenti irredentisti locali. Questa tendenza fu confermata anche durante il Congresso di Berlino del 1878, dove l’ininfluenza delle élites albanesi venne messa in evidenza dalla gestione delle grandi potenze delle terre abitate da popolazioni albanesi come strumenti di compensazione per gli squilibri regionali provocati dalla Pace di Santo Stefano (il Kosovo ritornò insieme alla Macedonia sotto il dominio ottomano, la Grecia ottenne una lieve modifica nel suo confine settentrionale, il Montenegro ricevette alcune terre del nord dell’Albania che erano state attribuite al vilayet del Kosovo dalla riforma amministrativa del 1876).
La principale risposta a questi avvenimenti fu la costituzione della Lega di Prizren il 10 giugno del 1878 che, già tre giorni prima del Congresso di Berlino, avanzò alcune rivendicazioni significative: 
a) difesa dei territori albanesi inseriti nei progetti di espansione di Serbia, Montenegro e Bulgaria; b) limitazione del servizio militare nei territori albanesi in tempo di pace; c) creazione di istituti scolastici in cui l’albanese fosse la lingua di insegnamento e venisse utilizzato l’alfabeto latino; d) utilizzo della lingua albanese negli uffici pubblici; e) diritto ad utilizzare i proventi del sistema di tassazione in ambito locale; f) possibilità di eleggere un’assemblea rappresentativa; g) creazione di una provincia autonoma per riunire all’interno di un soggetto politico unico i quattro vilayet di Kosovo, Monastir, Yannina e Scutari.

Questo ultimo punto del programma della Lega ha costituito l’embrione del progetto di “Grande Albania”, in quanto pur non esprimendo la volontà di indipendenza da Istanbul propone per la prima volta l’unificazione degli albanesi in una cornice istituzionale unitaria. Nonostante in un primo momento l’Impero Ottomano avesse favorito la nascita di un sentimento nazionale albanese per bilanciare il peso politico dei progetti di “Grande Serbia”, “Grande Montenegro” e “Grande Bulgaria” all’interno di una strategia di divide et impera, negò la soddisfazione di tutte le rivendicazioni della Lega di Prizren, provocandone una radicalizzazione che portò quest’ultima su posizioni indipendentiste. Tale nuova impostazione si concretizzò nel gennaio 1881 con l’annuncio della creazione di un governo provvisorio a Prizren, che suscitò la repressione da parte della Sublime Porta e, di conseguenza, la conclusione di questo primo periodo di rivendicazioni nazionali per l’Albania.

Sicuramente la questione merita ulteriori approfondimenti. Mi sembra tuttavia che i suoi chiarimenti ci abbiano fornito molti spunti su cui riflettere. La ringrazio per la sua pazienza e speriamo di poterla invitare nuovamente a chiarirci questioni simili. Arrivederla.

Grazie a lei e a tutti i lettori. Arrivederci.

Nelle ultime ore, come possiamo apprendere da Ansa.it, la partita sospesa martedì si rigiocherà a porte chiuse e probabilmente senza tifosi sugli spalti. Ci auguriamo che non ne scaturiranno altri incidenti al di fuori dello stadio, anche se, come abbiamo potuto capire, è una situazione molto delicata.

Luca Mussari