L’università ai tempi di Matteo Renzi

buona scuola renzi

Che gli atenei nostrani siano in coda alle classifiche mondiali non è certo un mistero. Basti pensare che nel decimo QS University Ranking, tra le più autorevoli classifiche internazionali a riguardo, per arrivare a scorgere un’università italiana bisogna puntare l’occhio alla posizione 182, nella quale troviamo l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Subito dopo, in netta discesa rispetto al 2013, notiamo la Sapienza – Università di Roma alla posizione 202.

Ebbene, qualche giorno fa alcuni miei colleghi universitari hanno provato a coinvolgermi in un’iniziativa a mio parere ammirevole: accogliere le cosiddette “matricole” universitarie, raccontando la nostra esperienza nel primo ateneo di Roma.
Premettiamo che, in questi giorni, la Sapienza affronta un grosso cambiamento all’interno della sua istituzione con la nomina del nuovo rettore Eugenio Gaudio, trionfante con il 59,9% delle preferenze.

L’occasione è stata preziosa per ripensare le condizioni delle istituzioni italiane in vista delle prossime manovre che il governo ha in mente di effettuare.
Il mio disappunto, in questo caso, nasce da un disinteresse plateale delle istituzioni politiche davanti alle drammatiche circostanze in cui riversa l’università italiana.

Prima di parlare di università, mi preme dire poche cose riguardo la Riforma della Scuola.
Dando un’occhiata a “La buona scuola in 12 punti” stilata dal binomio Giannini-Renzi, appare subito chiara la precarietà della situazione dell’educazione obbligatoria all’interno del nostro Paese. Ed ho detto “precaria” non a caso. “Mai più precari“, infatti, è il grido trionfante del premier in seguito alla presentazione del suo semplificativo dodecalogo.

In realtà, andando ad analizzare con attenzione i punti, è proprio questo il contesto in cui l’ex sindaco di Firenze comincia ad entrare in contraddizione. Non si capisce molto bene, infatti, se l’obiettivo sia assumere in blocco i precari delle graduatorie ad esaurimento, e dunque indistintamente dalle loro qualità, oppure puntare sul merito, come subito dopo afferma nel punto 4, in cui assicura 60 euro netti al mese da aggiungere in busta paga ai docenti che dimostreranno di meritarli. Sorgono vari dubbi, inoltre,  sulla validità del criterio di valutazione con cui dovrà essere calcolato questo presunto merito.

Per non parlare del “Rafforzamento del piano formativo per le lingue straniere, a partire dai 6 anni“. Se l’inglese insegnato nelle scuole continuerà ad essere quello fatto vedere dal nostro premier al Council Foreign Relations davanti a una platea di americani e potenziali investitori internazionali, bhè, in quel caso ci sarà qualcosa da rivedere.

In tutto ciò, vi starete chiedendo perché ho esposto le falle della Riforma della Scuola invece di parlare di università. Il riferimento non è casuale. Per poter attuare queste insufficienti manovre, il nostro premier ha pensato bene di prevedere 400 milioni di tagli all’università ed alla ricerca, come anticipato dal Sole 24 Ore e riproposto da Repubblica.it . Chiaramente per incrementare lo sviluppo della scuola, si toglie alla ricerca. Ovvio no? Come se effettivamente lo stato attuale delle università permettesse di poter sottrarre ulteriori finanze a quest’ultima. 

Giusto per completezza di informazioni vorrei rammentare alcuni dei problemi universitari, visti da uno studente. Innanzitutto, nel dibattito italiano intorno all’università non si parla mai dell’introduzione di una figura, a mio parere, essenziale: quella del tutor. Mi riferisco al tutor-studente sia chiaro. Non quella pseudofigura di tutor-professore irreperibile per qualsiasi informazione e sostegno allo studente (salvo rari casi). Si potrebbe andare oltre parlando della figura del mentor, già presente in molte università anglosassoni, ma lì si chiederebbe veramente l’impossibile.

Si parla, ancora, di digitale all’interno dei luoghi di cultura. Peccato che la presenza di computer e lavagne interattive, nonché l’uso delle nuove tecnologie nella didattica accademica, siano insufficienti.
E ad affermare ciò, non sono certo il solo. A confermarlo è una ricerca non recente, ma molto significativa, risalente all’aprile del 2013 intitolata “I cambiamenti in atto nel mondo universitario italiano” e condotta da Future Concept Lab in cui il 90% del campione di studenti preso in considerazione, rivela un profondo malcontento riguardo gli strumenti tecnologici messi a disposizione.

Per non parlare degli immancabili problemi che affliggono tutti i luoghi accademici d’Italia da ormai troppi anni: aule sovraffollate, bagni rotti e senza carta igienica ed altri numerosi disagi, che solo a ripeterli si cadrebbe nella banalità del già detto.

A fronte di questa realtà l’Italia conferma purtroppo la sua inadeguatezza davanti a quel rinnovamento di cui avrebbe bisogno e di cui il premier pareva essersi fatto portatore in una così attiva campagna elettorale. E se a bordo del suo camper Matteo Renzi puntava il dito contro chi non aveva considerato l’istruzione tra le proprie priorità, ad oggi pare difficile credere che nei prossimi 12 mesi il governo attuale “cambierà verso”.

Intanto gli studenti non ci stanno ed il 10 ottobre si apprestano a far fronte al primo di una probabile ondata di scioperi in piazza.

Se quella di Renzi/Giannini sia una #BuonaScuola e se i tagli gioveranno alle università italiane lo diranno le reazioni degli studenti ed i loro insegnanti insieme a tutto il mondo accademico nei prossimi giorni.