Dialetto: declino o seconda vita?

Massimo Troisi in una scena di "Scusate il ritardo".

Massimo Troisi in una scena di “Scusate il ritardo”.

Il dialetto è sempre meno parlato all’interno delle famiglie. È questo il dato emerso dall’ultima indagine dell’ISTAT, secondo cui nel 2012 solo il 9% degli italiani utilizza il dialetto per comunicare in ambito familiare. Un calo netto, dunque, rispetto al 1995 in cui la percentuale di parlanti era attestata al 23,7%. Si tratta di un dato molto interessante per capire le dinamiche sociali e linguistiche sviluppatesi all’interno del nostro Paese. Sì perché analizzando questa statistica, sembrerebbe che molti abbiano rimosso un dato fondamentale che non può non avere influito sugli esiti linguistici attuali. Sto parlando delle politiche fasciste a cui sono state sottoposte le nostre abitudini verbali. Certo potrete ribattere affermando che il fenomeno principale che sta portando al progressivo spostamento dalla dialettofonia all’italofonia sia quello della globalizzazione. E su questo non vi è ombra di dubbio. Tuttavia, non bisogna dimenticare che la nostra è pur sempre una società post-fascista e pertanto non vanno ignorati i processi avvenuti durante tutto il corso della storia del nostro Paese.Dal punto di vista linguistico, infatti, il fascismo riveste una rilevanza non indifferente, dato l’interesse all’autarchia linguistica e alla «purezza dell’idioma patrio» (menzionata da Mussolini in un discorso del 1931). Invero il regime fascista mostrò un particolare disprezzo per i dialetti – soprattutto nei territori alloglotti come l’Alto Adige e la Venezia Giulia – nonché per le lingue minoritarie. Le politiche linguistiche fasciste si rivolgevano al popolo assumendo un intento dottrinario già dall’infanzia. Determinante fu la riforma Gentile del 1923 che puntava all’insegnamento dell’italiano attraverso un procedimento detto «dal dialetto alla lingua». Chiaramente in un regime totalitario l’omologazione linguistica appariva necessaria per il controllo sulle masse. Il popolo doveva comprendere correttamente il messaggio ricco di enfasi e retorica del duce, e soprattutto dei mass media  quali la radio, la stampa e il cinema, rivelatisi decisivi per la propaganda fascista.

Peraltro un altro fattore – secondario per il nostro discorso ma essenziale per capire l’influenza sulle abitudini linguistiche italiane – fu il contrasto del regime fascista nei confronti degli idiomi stranieri. Non a caso, nella medesima indagine ISTAT citata precedentemente, vediamo come  il livello di conoscenza di altre lingue sia piuttosto elementare nella penisola italiana e solo un terzo delle persone che conoscono almeno un’altra lingua ha dichiarato di capire e usare poche parole e frasi (30,6%). Soltanto il 15% ha dichiarato di saper comprendere un’ampia gamma di testi, anche impegnativi, e di utilizzare la lingua conosciuta in modo flessibile e con piena padronanza.

Chiusa questa piccola parentesi, ritorniamo al nostro discorso sui fenomeni che hanno portato a questo indebolimento dell’idioma dialettale. Un altro fattore cruciale, a tal proposito, è l’avvento del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia. Se da una parte l’EIAR prima e la RAI dopo permisero una progressiva alfabetizzazione degli italiani – con celebri programmi destinati all’istruzione di specifiche fasce di spettatori quali “Telescuola” e “Non è mai troppo tardi” –  d’altro canto ebbero un ruolo cruciale nell’imporre una preminenza dell’italiano sui dialetti.

A questo punto impossibile non chiedersi quanto sia importante il dialetto nella storia linguistica e culturale del nostro Paese. Inutile ricordare che la parlata dialettale rappresenta la nostra identità, il bagaglio culturale che ognuno si porta appresso, le proprie radici, il segno distintivo che ci identifica e ci colloca in un preciso luogo geografico. Ma è anche un modo di riconoscere il proprio conterraneo che condivide le medesime tradizioni, i medesimi costumi di un determinato luogo nativo. Il dialetto fa parte di noi stessi, dunque perderlo sarebbe come perdere sé stessi.

Di certo non sono il primo a sollevare un dibattito sull’importanza del dialetto. A parte le varie discipline linguistiche – come la dialettologia, ma non solo – che con estrema attenzione sorvegliano i fenomeni dialettali in ogni parte del mondo, in Italia molti noti intellettuali si sono interessati alla questione. Difficile non nominare due dei più grandi letterati del Novecento: parlo ovviamente di Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. In prospettive assai diverse, quasi opposte, entrambi profetizzarono l’imminente scomparsa del dialetto. In particolare, nel 1964 Pasolini annunciava con amarezza la morte delle parlate dialettali a favore di un italiano medio «tecnologico» (cioè strumentale, comunicativo, omologatore degli usi diversi), conseguenza dei caratteri neocapitalistici assunti dalla società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale. E se un Pasolini ormai privo di illusioni prendeva atto di questo cambiamento con angoscia, Calvino vedeva il tutto quasi con sollievo. Secondo la visione “progressista” del letterato di origini cubane, l’italiano avrebbe dovuto porsi un problema di traducibilità in rapporto alle lingue straniere, superando il tradizionale rapporto con i dialetti. Il che in parte, è quello che sta succedendo oggi. Inoltre secondo Calvino,  lo scrittore  avrebbe dovuto «costruirsi una lingua la più complessa e funzionale possibile per il proprio tempo: non fotografare con compiacenza i dialetti, che sono sì pieni di sapore e vigore e saggezza, ma anche d’offese sopportate, di limitazioni imposte, d’abitudini di cui non ci si sa scrollare» (‘Il midollo del leone’ [1955], in Calvino 1980, pp. 10-17). Come possiamo notare il suo è uno sguardo tutt’altro che affine a quello di Pasolini, il quale nella rivista fondata nell’aprile del 1944 – dal titolo non a caso friulano “Il Stroligut di cà da l’aga” (ovvero “Il Lunario pubblicato al di qua dell’acqua”) – scriveva:

«Il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi. È solo parlato, a nessuno viene mai in mente di scriverlo. Ma se a qualcuno venisse quell’idea? Voglio dire l’idea di adoperare il dialetto per esprimere i propri sentimenti, le proprie passioni? […] con l’ambizione di dire cose elevate, difficili, magari; se qualcuno, insomma, pensasse di esprimersi meglio con il dialetto della sua terra, più nuovo, più fresco, più forte della lingua nazionale imparata nei libri? Se a qualcuno viene quella idea [..] allora quel dialetto diventa “lingua”.»

Affermava inoltre che:

«L’Italiano una volta, tanti secoli fa, era anche lui solo un dialetto, parlato dalla povera gente, dai contadini, dai servitori, dai braccianti mentre i ricchi e quelli che avevano studiato parlavano e scrivevano in Latino. Il Latino era insomma come adesso è per noi l’Italiano, e l’Italiano (con il Francese, lo Spagnolo, il Portoghese), era un dialetto del Latino, come adesso, per noi, l’Emiliano, il Siciliano, il Lombardo… sono dialetti dell’Italiano.»

Per Pasolini il dialetto assumeva una dimensione innanzitutto affettiva – forte era il desiderio di recuperare  il ricordo della propria infanzia e soprattutto della madre, attraverso la parlata friulana – nonché un valore politico, in opposizione a quella istanza che voleva ridurre  il dialetto ad un contesto meramente locale, riducendone il valore nazionale.

A quasi mezzo secolo di distanza, difficile prendere le parti di uno dei due letterati, nonostante abbiano toccato molti punti cruciali del dibattito intorno al dialetto. Ciò che entrambi forse ignoravano, è il rilancio in chiave espressiva del dialetto, cosa su cui molti sociolinguisti come Alberto Sobrero,  Giuseppe Antonelli e Gaetano Berruto si sono invece soffermati. Secondo questi ultimi, spesso la comunicazione affettiva, informale ed emotiva sarebbe rilegata alle parlate locali. E ancora, un’auctoritas come Tullio De Mauro, insieme ad Andrea Camilleri in un libro-dialogo intitolato “La lingua batte dove il dente duole” edito da Laterza afferma che «Non si tratta [..] solo di banale italianizzazione, di parole prese in prestito dall’italiano, anche se l’avvicinamento progressivo del dialetto alla lingua è un fenomeno per certi aspetti inevitabile. Il fatto interessante è che quelli che parlano prevalentemente il dialetto se ne vanno anche per strade loro, continuano a inventare parole nuove e a riadattare quelle vecchie. Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza». 

Pertanto il dialetto starebbe vivendo una seconda vita arricchendosi, mescolandosi con l’italiano, reinventandosi e non scomparendo come Pasolini e Calvino rilevavano nelle loro riflessioni linguistiche.
Certo è che, come la stessa ricerca dell’ISTAT fa notare per lo meno a livello quantitativo il dialetto si è sicuramente ridotto in certe porzioni della popolazione italiana, soprattutto nelle zone del Centro e del Nord Ovest  della penisola, dove maggiore è la tendenza a comunicare prevalentemente o esclusivamente  in italiano.

Oltre alle ragioni socio-linguistiche di cui si è parlato fin qui, bisogna far presente il fatto che la questione del dialetto è spesso stata soggetta a strumentalizzazioni e propagande elettorali. Se prima abbiamo parlato delle politiche di contrasto del fascismo nei confronti delle parlate locali, numerosi i casi opposti in cui il dialetto è stato utilizzato per affermare l’indipendenza di una determinata regione da un contesto nazionale. Nel 2009, ad esempio, attivo fu il dibattito scattato in seguito alla provocazione dell’allora leader della Lega Nord Umberto Bossi, il quale propose di adottare obbligatoriamente il dialetto all’interno delle scuole. Una mossa fatta ad hoc per relegare la comunicazione vernacolare a fini indipendentisti. In un certo senso questo progetto si era già concretizzato nella scuola Bosina di Varese, fondata nel 1998 dalla moglie dello stesso Bossi, Manuela Marrone, donna dall’anima leghista, ma con un padre di origini siciliane. Ciò nonostante la «Libera scuola dei popoli padani» recentemente ha dovuto chiudere i battenti, schiacciata dai debiti (800 mila euro) e dalla mancanza di finanziamenti. Missione fallita dunque per questa iniziativa leghista.

Spostando la nostra lente d’ingrandimento verso il sud Italia, da ormai molti anni osserviamo – al contrario del caso leghista – un certo fenomeno di autocensura anti-dialettale. Se, infatti, numerose sono le iniziative culturali che puntano alla promozione del dialetto, come le tante compagnie vernacolari presenti nelle regioni meridionali, una fascia della popolazione ha scelto di esorcizzare il dialetto. Si tratta di una visione ormai troppo arcaica il quale vedrebbe il dialettofono come appartenente ad una classe sociale inferiore, in relazione ai vecchi rapporti tra campagna/città e tra grande città/piccola città, come spiega sicuramente meglio di me Tullio De Mauro nel suo “Storia linguistica dell’Italia repubblicana” ( Laterza).

D5713A13-975C-11

E in tutto ciò, anziché aspirare al multilinguismo e a quello che gli inglesi chiamano code switching o code mixing,  sempre più forte è la tendenza a sovrastare il dialetto con l’italiano in nome di una purezza linguistica che non può non riportare a quell’oratoria mussoliniana esibita  in un discorso del ’31.

Nel momento in cui il dibattito linguistico si sta prevalentemente focalizzando sul rapporto tra l’italiano e le varie lingue parlate a livello globale – tra cui il cinese, l’arabo e ovviamente l’inglese –  mi chiedo: riuscirà il dialetto a sopravvivere o meglio, a vivere una seconda vita, o continuerà il suo lento declino? A voi la risposta.

  • Annamaria

    La lingua – intesa anche come dialetto – è dinamica. Probabilmente però i dialetti hanno avuto uno sviluppo più lento colpa forse dell’uso dei media che livellano. Non si saprei dire se la cosa sia negativa. Non sono per il purismo estremo ma forse c’è un uso eccessivo di alcuni dialetti che interferiscono nell’evoluzione della lingua italiana stessa. Complimenti per l’articolo anche perché ben documentato e non improvvisato.

  • Alessandro Lello Ansani

    Complimenti per l’articolo, è un sunto notevole della questione linguistica italiana del ‘900. Da affezionato del dialetto e da laureato con tesi in dialettologia, però, purtroppo non riesco a vedere nessun segnale di rinascita dei dialetti. Ho passato più di due mesi a intervistare parlanti della mia città e a registrarli, ad ascoltare i loro pareri metalinguistici e le loro intuizioni sugli aspetti diacronici della lingua; il risultato è un elettrocardiogramma che si avvia a diventare sempre più piatto, se mi è concessa tale metafora. La cosa fondamentale che è cambiata è che mentre le generazioni passate crescevano con un forte sostrato dialettale e in seguito innestavano l’italiano a un livello superiore, oggi succede l’esatto contrario, sicché si cresce con un sostrato italiano (dato dalla tv, dall’istruzione pubblica, dai libri e quant’altro) e poi, nella mediazione sociale, si aggiunge uno strato dialettale che è immancabilmente sporco, poco autentico.

    Durante la mia ricerca mi è capitato di confrontare i parlanti su molte frasi e altrettanti lemmi, e i dati sono più o meno questi: più del 70% dei ragazzi sotto ai 20 anni intervistati traduce “nessuno” con “nessunu” e non con la forma dialettale autentica “nuddhu”, i suoni tipici del dialetto catanzarese,come la fricativa palatale sorda /ç/ oppure l’occlusiva retroflessa sorda /ɖ/ stanno scomparendo lasciando il posto a delle varianti più italofone. I giovani non pronunciano più [‘gaɖ:u] ma [‘gal:u], non più [‘ça:nu] ma [‘kja:nu], addiritttura si sente dire [mor’tsɛl:u] invece del canonico [mor’tsɛɖ:u]!

    Questo per restare al livello lessicale, a livello sintattico le strategie di subordinazione finitive, tipiche dell’antica lingua (aju ma vaju) stanno lasciando il posto a quelle infinitive, più simili all’italiano (aju e jìra). Di questo, in particolare, me ne sono occupato nella tesi.

    Chi fosse interessato al fenomeno, può leggerla qui:
    https://www.dropbox.com/s/m87qa3n4mjm101w/Alessandro%20Ansani%20%28matr%20141307%29%20-%20Strategie%20di%20subordinazione%20come%20un%20indice%20di%20italianizzazione%2C%20il%20caso%20di%20Catanzaro.pdf?dl=0

    • Ti ringrazio Alessandro! Molto interessante la tua indagine. Anche se mi concederai che hai relegato il discorso al microcosmo calabrese, mentre sarebbe costruttivo cercare di focalizzarsi sulle diverse realtà dialettali nazionali, il che ovviamente sarebbe una faticaccia, lo capisco. Detto ciò, quelli che sei riuscito a tirar fuori sono sicuramente dati interessanti su cui riflettere. Io dal canto mio, come si deduce spero dall’articolo, non so con certezza se il dialetto si estinguerà completamente o se si arricchirà di nuovi elementi. Tuttavia ti posso dire che ci sono alcuni linguisti che forse non sarebbero molto d’accordo con te. Ad esempio Giuseppe Antonelli nel suo ultimo interessante libro “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce” scrive: «Nel momento in cui tutti hanno cominciato a parlare l’italiano, più o meno bene, hanno smesso di vergognarsi del dialetto che è morto forse nella sua forma arcaica, ma la dialettalità si è estesa». Anche Andrea Camilleri si esprime così a riguardo: «Sono sempre stato convinto, sbagliando, che il dialetto era destinato a una condizione di immutabilità, mentre era solo la lingua che mutava e si rinnovava». Forse hanno ragione loro, o forse no. Non lo possiamo sapere. Possiamo solo avanzare delle ipotesi e mi fa piacere che tu lo abbia fatto.